di PAOLO RUMIZ
Poi venne il terremoto e la tv nazionale disse Bèlice, con quell’arretramento sulla “e” che divenne sinonimo di fallimento, e così la valle perse il nome, dopo aver già perso la memoria.
Difende a spada tratta il suo sogno solitario – la città che ha disegnato – come il compimento di secoli e secoli di lotte sociali contro il baronato infame.
Solo di notte, quando le rondini smettono di roteare e i turisti vanno via, puoi intuire cosa nasconde il tempio G, ciclopico e mai finito, con colonne di dimensioni egizie abbattute come fuscelli, capitelli di novanta tonnellate dislocati in modo da rappresentare non un crollo gravitazionale ma una spaventosa e inspiegabile torsione.
Il mostro che aveva squarciato la terra in maggio tornò a ruggire mentre mi appisolavo, e la cosa più orrenda non fu la scossa ma la nota cavernosa, cupa come la notte, che insieme a una vampata di calore attraversò il materassino e passò nella mia cassa toracica direttamente dall’inferno.
Fonte:
http://www.repubblica.it/2009/07/speciale/altri/2009rumiz/accento/accento.html?ref=hprub
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